A Palazzo Cesaroni i nomi delle vittime di mafia diventano impegno pubblico
24/03/2026
Ci sono momenti istituzionali che rischiano di consumarsi nel rito, e altri che invece riescono ancora a conservare un peso reale, perché sanno restituire alle parole una responsabilità, ai nomi una presenza, al ricordo una funzione civile. La seconda edizione dell’iniziativa promossa dall’Assemblea legislativa dell’Umbria, dedicata alla lettura ad alta voce dei nomi di amministratrici e amministratori pubblici vittime delle mafie, appartiene a questa seconda categoria. Non per solennità formale, ma per la qualità del messaggio che porta con sé: la memoria, quando vuole essere fedele alle persone che ricorda, deve uscire dall’ambito privato e farsi patrimonio condiviso, coscienza pubblica, esercizio quotidiano di responsabilità democratica.
Il riferimento nazionale di questa giornata è la cerimonia di Torino, dove quest’anno saranno ricordati 1.117 nomi di vittime di mafia insieme ai loro familiari. È da lì che si è collegata con Palazzo Cesaroni Rosa Quattrone, figlia di Demetrio Quattrone, funzionario dell’Ispettorato del lavoro ucciso in un agguato a Reggio Calabria. Le sue parole hanno avuto la nettezza delle testimonianze che non cercano enfasi, perché possiedono già il peso della verità vissuta. Ha ricordato il bisogno di continuare a chiedere verità e giustizia per le famiglie la cui esistenza è stata spezzata dall’assassinio dei propri cari, donne e uomini che hanno rappresentato un presidio di legalità anche nei contesti più difficili. Ma soprattutto ha indicato un passaggio decisivo: trasformare la memoria familiare in memoria collettiva.
Dalla testimonianza dei familiari a una coscienza civile condivisa
È proprio in questa formula che si concentra il senso più profondo dell’iniziativa umbra. La memoria familiare custodisce il dolore, la perdita, la fedeltà intima alla persona che non c’è più; la memoria collettiva, invece, chiede alla società di assumersi una parte di quella storia, di riconoscerla come propria, di non relegarla a una vicenda che riguarda soltanto chi ha subito la ferita. Il passaggio dall’una all’altra dimensione è, in fondo, uno dei terreni su cui si misura la maturità civile di una comunità.
Le mafie, del resto, non colpiscono soltanto i singoli bersagli scelti, ma tentano di intimidire lo spazio pubblico, di erodere la fiducia nelle istituzioni, di rendere fragile la legalità proprio attraverso l’eliminazione di chi la incarna con rigore. Per questo la lettura dei nomi non può essere ridotta a gesto commemorativo. È un atto politico nel senso più alto del termine, perché rimette al centro vite spezzate in quanto fedeli al dovere, alla giustizia, alla funzione pubblica esercitata senza compromessi.
La presenza di una testimonianza come quella di Rosa Quattrone rafforza il valore di questo appuntamento. Quando a parlare sono i familiari, il rischio dell’astrazione si dissolve. Restano la concretezza delle biografie, la ferita consegnata al tempo, l’insistenza con cui si continua a reclamare verità. E resta, soprattutto, la richiesta rivolta alle istituzioni e alla società: non limitarsi a onorare i morti, ma assumere il compito di rendere fertile il loro esempio.
L’impegno dell’Assemblea legislativa e il richiamo alla quotidianità della legalità
A sottolineare la continuità dell’iniziativa è stato il presidente della Commissione regionale antimafia, Fabrizio Ricci, che ha richiamato il significato di un percorso giunto alla sua seconda edizione. Il punto, nelle sue parole, è chiaro: mantenere viva questa consapevolezza oltre la data simbolica del 21 marzo, giornata dedicata alle vittime di mafia, e portare i temi della legalità dentro la quotidianità di tutto l’anno.
È un richiamo importante, perché la cultura della legalità si indebolisce ogni volta che viene confinata in una ricorrenza o in un linguaggio rituale. La memoria pubblica ha senso se riesce a tradursi in educazione civica, in attenzione istituzionale, in vigilanza culturale, in capacità di riconoscere le mafie anche là dove si presentano con forme meno appariscenti e più adattive. Chiedere che la legalità entri nei giorni ordinari significa proprio questo: sottrarla alla celebrazione episodica e restituirle il carattere di pratica condivisa.
Ricci ha anche ringraziato per la presenza la presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, che ha concluso la breve cerimonia, mentre in collegamento da remoto è intervenuto anche Renato Pittalis, vicepresidente di Avviso Pubblico, rete da anni impegnata nel rafforzamento della cultura amministrativa e della trasparenza contro ogni forma di infiltrazione mafiosa. La partecipazione di istituzioni e associazioni qualificate contribuisce a definire il profilo di un appuntamento che vuole sottrarsi alla formalità e radicarsi in un’idea più esigente di impegno pubblico.
I nomi letti ad alta voce come presidio democratico
Leggere a voce alta i nomi delle vittime di mafia ha una forza particolare, perché rompe il rischio dell’anonimato e restituisce individualità a chi troppo spesso viene riassorbito in una categoria generale. Ogni nome porta con sé una storia, una funzione, una famiglia, un luogo, un contesto. Ogni nome impedisce alla memoria di diventare formula. E proprio per questo la scelta compiuta dall’Assemblea legislativa dell’Umbria assume un valore che va oltre il gesto simbolico: è un presidio democratico, una presa di parola contro l’oblio, una dichiarazione di appartenenza a una cultura istituzionale che non intende lasciare sole le vittime, neppure dopo il tempo lungo del lutto.
Il significato più autentico di questa giornata sta allora nella sua capacità di tenere insieme dolore e responsabilità, storia privata e dimensione pubblica, ricordo e dovere civile. Quei nomi, pronunciati uno per uno, non chiedono soltanto rispetto. Chiedono continuità, coscienza, coraggio. Chiedono di abitare stabilmente la memoria di una comunità che vuole restare all’altezza della propria democrazia.